I riflettori restano puntati sulla Siria, ma gli occhi si sono voltati verso il vicino Libano. Dopo gli incidenti di domenica seguiti ai funerali di Wissam al-Hassan – il capo di uno dei servizi informativi ucciso venerdì in un attentato a Beirut – anche ieri per le strade della capitale l’esercito si è confrontato con gruppi di uomini armati vicini all’opposizione. Ci sono state vittime nella capitale e altre vittime a Tripoli dove il confronto tra filo-siriani e anti-siriani (in riferimento al regime di Bashar al-Assad) è ripreso causando altre vittime.
Al di là del numero dei morti, quel che preoccupa osservatori e analisti è che la spirale di violenza che da oltre un anno e mezzo attraversa la Siria possa sconfinare in maniera decisa anche in Libano, da sempre molto sensibile a quanto avviene a Damasco.
Sul fronte internazionale, in attesa dell’esito delle elezioni negli Stati Uniti da alcuni considerate decisive per le sorti del conflitto in Siria, è stato il ministro degli Esteri russo Sergei, Lavrov a tornare a parlare di Siria accusando i paesi occidentali di voler ridisegnare la mappa del Medio Oriente. “Sembra che ogni volta che si facciano progressi qualcuno cerchi deliberatamente di evitare che la situazione diventi più calma e alimenti invece i massacri e il confitto civile” ha detto Lavrov in una intervista a Rossiiskaya Gazeta. Per Lavrov Assad continua a essere sostenuto da almeno un terzo della popolazione e costituisce una garanzia per le minoranze, in particolare per i cristiani: “Il conflitto in Siria – conclude – è parte di una rimappatura geopolitica del Medio oriente con i vari giocatori che tentano di salvaguardare i rispettivi interessi”.
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